Tutela delle lavoratrici madri
 

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Tutela delle lavoratrici madri

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Al fine di una corretta ed uniforme applicazione della normativa relativa alla tutela delle lavoratrici madri, anche alla luce di quanto deciso dall’INPS di Venezia, il SIULP ha inviato una richiesta di chiarimenti al Dipartimento con la nota che si trascrive di seguito.

“Come noto il D.Lgs nr. 151/2001 (Testo Unico Tutela della Maternità), stabilisce una serie di obblighi a carico del datore di lavoro in tema di tutela della sicurezza e della salute negli ambienti di lavoro, per tutelare le lavoratrici durante tutto il periodo di gravidanza e dell’allattamento, fino a sette mesi dopo il parto (art.6 comma 1 del citato D.Lgs).

In particolare secondo quanto disposto dagli artt. 7 (lavori vietati) e 11 (valutazione dei rischi) del medesimo decreto legislativo, devono essere allontanate dalla mansione, a partire dall’accertamento dello stato di gravidanza e fino al settimo mese dopo il parto, le lavoratrici che svolgono le proprie attività in presenza dei rischi da radiazioni ionizzanti, gas anestetici, sostanze chimiche, cancerogeni, mutageni e teratogeni, lavori pericolosi ed insalubri, agenti biologici, stazione in piedi per oltre metà dell’orario di lavoro, movimentazione manuale di carichi, lavoro notturno e quant’altro previsto dal decreto legislativo 151/2001, individuati nei documenti di valutazione dei rischi previsto dall’art. 4 del D.Lgs 626/94 così come modificato ed integrato dal D.Lgs nr.81/2008.

Secondo quanto previsto dall’art. 13 della legge 7 agosto 1990 nr. 232 (pubblicato sulla G.U. nr. 187 dell’11.08.1990) il lavoro svolto nella Polizia di Stato è considerato “pericoloso e faticoso”agli effetti di quanto previsto dagli artt. 3 e 5 della legge 30.12.1971 n. 1204, così come recepito dall’art. 7 del D.Lgs 151/2001.

Secondo la normativa vigente e la giurisprudenza del Consiglio di Stato rientra tra gli oneri del datore di lavoro, pertanto, provvedere ad individuare una mansione esente da rischi ai sensi del D.Lgs 151/2001 secondo criteri omogenei e parametri uniformi e non adottando decisioni estemporanee, assolutamente discrezionali e difformi tra gli Uffici territoriali, secondo le opportunità del momento.

Peraltro, nell’impossibilità di adibire la lavoratrice in attività non a rischio, la norma stabilisce che il datore di lavoro dovrà presentare, alla Direzione Provinciale del Lavoro, la domanda di congedo di maternità anticipato per lavoro a rischio.

Oggi accade che, qualora la dipendente presenti delle complicazioni durante il periodo di gravidanza, può presentare alla Direzione Provinciale del Lavoro il certificato medico dello specialista ginecologo, per usufruire del congedo di maternità immediato.

Il citato art 6 stabilisce che fino al settimo mese postpartum valgono le stesse limitazioni previste durante la gravidanza: la lavoratrice deve essere adibita al lavoro già effettuato durante il periodo di gravidanza precedente all’astensione obbligatoria.

Partendo dall’analisi e dalla ratio delle disposizioni legislative sopra richiamate sulla materia, per il SIULP, l’attività espletate nella Polizia di Stato, secondo le norme vigenti, è preordinatamente e giuridicamente incompatibile con lo stato di maternità in genere, non potendo garantirsi quelle forme di tutela richiamate dalle norme a causa di oneri ed obblighi giuridici, amministrativi e gerarchici connessi allo status lavorativo.

Infatti, per citare solo alcuni degli aspetti più significativi che fondano l’affermazione suddetta, non è prevista alcuna forma di tutela della gestante con riguardo al porto ed uso dell’arma in dotazione individuale, ed all’obbligo d’ intervento come ufficiale ed agente di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza.

Inoltre, non sono mai stati individuati gli Uffici e le mansioni a cui può essere adibito l’operatore di polizia in stato di gravidanza, durante il periodo pre e post parto, lasciando ogni decisione, spesso discutibile, ed in palese violazione con gli intendimenti delle norme, ai Dirigenti territoriali che hanno generato palesi ed inaccettabili disparità di trattamento nella gestione dei singoli casi, assumendo decisioni svincolate da criteri certi e definiti ed hanno agito secondo ragioni di semplificazione del problema e/o di mero opportunismo.

Peraltro, ad oggi, non sono state assunte determinazioni ed impartite specifiche disposizioni agli Uffici territoriali per il personale in stato di gravidanza sul porto e custodia dell’arma individuale in servizio e fuori servizio, che è tuttora obbligatorio per ogni operatore di polizia (circolare ministeriale nr. 559/AI/MASS.NORGEN.120/2309 del 21.9.1988).

Non è stata impartita alcuna direttiva sull’impiego interno ed esterno agli Uffici (vi sono casi in cui il personale in maternità è stato impiegato in archivio per spostamento faldoni, con la motivazione che si tratta di lavoro cosiddetto burocratico, o come autista del Dirigente, o in altre mansioni improprie che acquisiscono una loro opinabilità e legittimità dall’assenza di precise, chiare ed uniformi disposizioni in merito che eventualmente impongano il contrario.

Peraltro anche nei casi in cui i singoli Questori, hanno assunto decisioni autonome sull’impiego del personale in maternità, non hanno potuto superare gli effetti giuridici e normativi connessi alle funzioni di agente e/o ufficiale di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza.

Non sono mai state chiarite e fornite direttive neppure sulle mansioni vietate e su quelle da svolgere in questi casi e non è mai stato definito e delineato, nel concreto, il concetto di attività burocratica, o regolamentato l’uso dell’uniforme ed eventuali altri aspetti connessi agli obblighi di servizio, o derivanti dallo status e direttamente connessi allo stato di gravidanza

In buona sostanza su questa materia sussiste da parte di taluni dirigenti dell’Amministrazione un atteggiamento ed una condotta che, nei fatti, ribalta il concetto di specificità dell’operatore di polizia, che si concretizza con una palese compressione, anziché un’estensione delle tutele previste in questi casi.

La questione, peraltro, è stata già oggetto di corposa e documentata corrispondenza con codesto Ufficio da parte del SIULP di Venezia (nota del 21 aprile 2010) che, in assenza di risposte chiare e convincenti, sulla giusta applicazione delle norme, ha avviato un contenzioso con la Questura di Venezia a seguito del quale, recentemente in almeno due casi la Direzione Provinciale del Lavoro, accogliendo le tesi sostenute dal SIULP sulla corretta interpretazione ed applicazione delle norme di cui al D.Lgs nr. 151/2001, ha riconosciuto al personale della Polizia di Stato in stato di gravidanza l’astensione dal lavoro, in un caso fino a sette mesi di età del figlio. È evidente che tale decisione costituisce una novità assoluta nel panorama applicativo della norma per il personale della Polizia di Stato.

La problematica è divenuta di stringente attualità e richiede risposte urgenti, l’assunzione di decisioni e l’emanazione di direttive chiare e celeri proprio per evitare difformi interpretazioni, disparità di trattamento con il proliferare di contenziosi su tutto il territorio su una materia così delicata e complessa, e verso la quale si manifestano costantemente particolari e comprensibili sensibilità da parte del personale.

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